un orrore senza fine

Autore: Alessandra (page 3 of 3)

Insegnante di Lettere Moderne.
Scrittrice appassionata di Storia.

La Germania

Dopo la fuga dell’imperatore Guglielmo II in Olanda (10 novembre 1918), si formò in Germania un governo repubblicano composto da socialdemocratici moderati e indipendenti. Il 30 dicembre Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht fondarono il Partito Comunista Tedesco con lo scopo di attuare la rivoluzione proletaria. Il tentativo insurrezionale a Berlino, il cosiddetto moto spartachista, fallì e il 15 gennaio 1919 i due esponenti comunisti furono assassinati a opera di alcuni ufficiali dell’esercito.

Le elezioni per l’Assemblea costituente (19 gennaio) diedero la maggioranza relativa al partito socialdemocratico (30% dei voti); il socialdemocratico Friedrich Ebert fu nominato presidente della repubblica, mentre il governo fu composto da una coalizione di socialdemocratici, cattolici e liberali. Il 6 febbraio seguente l’assise si riunì a Weimar (da qui il nome dato alla Repubblica) approntando una costituzione (11 aprile 1919) che trasformava la Germania in Repubblica federale, affidando al presidente rilevanti poteri (nomina del cancelliere, sospensione delle garanzie costituzionali in casi eccezionali).

Nel Paese, sull’onda dell’indignazione suscitata dalle pe- santi condizioni di pace imposte a Versailles, si era intanto diffusa una forte ondata di nazionalismo con caratteristi- che antiparlamentari e anticomuniste: il 5 gennaio 1919 era nato il Partito Operaio Tedesco (cui nel luglio aderì l’ex ca- porale Adolf Hitler) che nell’agosto del 1920 si trasformò in Partito Nazionalsocialista Operaio Tedesco (di cui Hitler assunse poi il controllo). Figlio del solidarismo nazionale e di primitive pulsioni razziali, il Partito Nazionalsocialista si diede come obiettivo la revisione del trattato di pace.

La questione delle riparazioni di guerra provocò aspre tensioni tra il 1921 e il 1923. Fissate nell’astronomica cifra di 132 miliardi di marchi oro, esse suscitarono lo sgomento di tutti i partiti politici. Di fronte alla riluttanza tedesca a pagare, i Francesi invasero la Ruhr (1923) determinando la resistenza passiva dei lavoratori e il crollo del marco tedesco. Nel 1923 il rapporto dollaro-marco era 1 a 4 200 000 000 000. Nell’agosto del 1923 il governo fu affidato al leader del Partito Popo- lare Gustav Stresemann, che pose fine al contenzioso con la Francia, ridimensionò i comunisti e colpì l’estrema destra: represse infatti la rivolta comunista di Amburgo (23 ottobre) e un tentativo di putsch dei nazionalsocialisti a Monaco (8-9 novembre) che lo accusavano di cedimento verso la Francia. In ambito economico introdusse il Rentenmark, una moneta garantita da un’ipoteca sui beni industriali e agricoli tedeschi. Ma tra il 1929 e il 1932 lo scoppio della crisi economica mon- diale annullò i benefici di questa stabilizzazione e riaccese le tensioni sociali.

L’ultimo governo Giolitti

Nel 1920 Giolitti fu richiamato al potere (giugno 1920- luglio 1921), coinvolgendo nella maggioranza liberali e democratici, cattolici e socialisti riformisti. Lasciò sfogare le agitazioni rivoluzionarie come l’occupazione delle fabbriche a Torino (1920) e l’occupazione contadina di terre demaniali nel Sud, ma tollerò anche le violenze antisocialiste di squadre fasciste, cui venivano contrapposte “guardie rosse” e “avanguardie” di giovani cattolici.
In politica estera Giolitti stipulò il Trattato di Rapallo con la Iugoslavia, riconoscendo Fiume come “Città libera” (1920; un successivo compromesso nel 1924 assegnerà la città all’Italia e il territorio circostante alla Iugoslavia). Le elezioni del 1921 delusero però le speranze di Giolitti di assicurarsi una maggioranza con nazionalisti e fascisti: socialisti e po- polari infatti erano ritornati alla Camera con la stessa forza e le stesse esigenze.

Il “BIENNIO ROSSO” e LA NASCITA DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO

Sull’onda emotiva suscitata dal bolscevismo in Russia, la direzione del PSI passò all’ala massimalista rivoluzionaria, guidati da Giacinto Menotti Serrati (1919). In quell’anno i lavoratori iniziarono un’ondata di scioperi contro il carovita che culminò, in estate, in saccheggi diffusi e nell’occupazione delle terre incolte del Meridione da parte dei contadini. Nel 1920 gravi episodi di protesta si verificarono nelle fabbriche. Dopo il rifiuto dei proprietari di concedere aumenti salariali, i metallurgici (aderenti al sindacato FIOM) occuparono gli stabilimenti (30 agosto). I presupposti per avviare la rivoluzione proletaria c’erano, ma i socialisti, di concerto con i sindacati, non si assunsero la responsabilità di innescare il processo. Fu così che il presidente del consiglio Giolitti risolse la situazione proponendo un piano di “controllo operaio” sulle aziende: progetto approvato, ma mai attuato.

PREMESSE ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

ITALIA

La conclusione della Prima guerra mondiale segnò anche la fine
di quell’egemonia europea che aveva raggiunto il culmine all’inizio del XX secolo. La leadership dei Paesi industrializzati passò infatti agli Stati Uniti.
Nel 1919, dopo la fine delle ostilità, le economie dei Paesi coinvolti nel conflitto stentavano a riprendersi, tanto più che la guerra aveva provocato la morte
di milioni di giovani vite e modificato la geografia politica dell’Europa.
I trattati di pace siglati dopo la conferenza di Parigi, invece di risolvere
i contenziosi riuscirono a provocare il malcontento di vincitori e vinti.
In Italia, il mancato accoglimento delle pretese sulla Dalmazia e sui Balcani suscitò il mito della “vittoria mutilata”; la Francia temeva una possibile ripresa dell’imperialismo tedesco; l’Inghilterra osservava il lento declino del suo prestigio internazionale. Le clausole della Pace di Versailles suscitarono un forte risentimento soprattutto in Germania, dove furono interpretate come
un 
diktat volto a marginalizzare il ruolo del Paese tra le grandi potenze.

L’Italia dalla “vittoria mutilata” a Giolitti

Il dopoguerra italiano presentava con particolare accentuazione i problemi e le tensioni degli altri Paesi europei, usciti come l’Italia dalla guerra spossati, delusi, ansiosi: i reduci stentavano a riadattarsi alla vita civile, la riconversione delle industrie di guerra in industrie di pace era ardua, il bilancio era appesantito dai debiti di guerra e dall’onere del prezzo politico del pane. Le istituzioni, monarchia, governo, Parlamento, polizia, amministrazione pubblica, avevano perduto prestigio e fiducia.

Dopo il conflitto mondiale, a causa delle ridotte ricom- pense territoriali ottenute in Istria e Dalmazia, si diffuse in Italia il mito della “vittoria mutilata” che indusse Gabriele D’Annunzio a occupare, alla guida di un gruppo di volontari, la città di Fiume (12 settembre 1919).

Intanto, la situazione interna si complicava anche per gli effetti di una pesante crisi economica. La piccola e media borghesia, a causa della forte inflazione, vedeva dissolvere i propri risparmi.

I contadini (piccoli proprietari e braccianti) erano costretti a lavorare duramente per modesti compensi. Gli operai, organizzati nei sindacati, erano riusciti a strappare miglioramenti salariali. I grandi gruppi industriali si erano invece rafforzati sul piano finanziario.
I vecchi partiti si stavano logorando a tutto vantaggio di nuove formazioni che si ponevano su posizioni critiche rispetto al sistema economico-sociale. Di fronte alla conti- nua ascesa socialista – nonostante le tensioni interne tra riformisti, massimalisti e comunisti, sfociate nella nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921 –, la Chiesa acconsentì nel 1919 alla fondazione di un partito cattolico democrati- co, il Partito Popolare Italiano (PPI), guidato da Don Luigi Sturzo. Ad esso aderirono i piccoli proprietari contadini che auspicavano la ridistribuzione delle terre.

Nel marzo 1919, con la fondazione dei Fasci di combattimento a opera di Benito Mussolini (ex socialista e direttore de “Il popolo d’Italia”), che incarnavano il malcontento della piccola-borghesia e il risentimento degli ex combattenti, compariva un movimento destinato a diventare in breve tempo il protagonista del panorama politico italiano. L’Italia liberale entrò così in piena crisi. Al governo Orlando, caduto nel giugno 1919 per non aver ottenuto i risultati sperati alla Conferenza di pace di Versailles, fece seguito un gabinetto presieduto da Francesco Saverio Nitti (giugno 1919-giugno 1920), forte di una più larga partecipazione di cattolici e socialisti riformisti ma assillato, oltre che dal- la questione di Fiume, da agitazioni operaie e contadine (occupazione delle terre). Alle elezioni del novembre 1919 i liberali persero la maggioranza, scalzati dal grande successo di socialisti e popolari.