Letteratura italiana

Alle fronde dei salici

Alle fronde dei salici è la poesia più conosciuta di Salvatore Quasimodo, composta nel 1946 e collocata in apertura della raccolta Giorno dopo giorno, edita l’anno successivo. Il componimento è un manifesto della svolta artistica di Quasimodo, che nel dopoguerra passa dallo stile ermetico degli esordi a una poesia concreta e calata nella storia

Alle fronde dei salici si riferisce infatti agli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, nel periodo della resistenza e dell’occupazione tedesca.La poesia è costruita sulla rivisitazione di un passo biblico, il Salmo 137 , in cui gli israeliti, deportati a Babilonia nel VI sec. a.C., si rifiutano di cantare perché lontani dalla patria.

Quasimodo cita direttamente il salmo e lo ricontestualizza nel passato recente della guerra. Oppresso dall’invasore tedesco (“con il piede straniero sopra il cuore”, v. 2) e circondato da morte e disperazione, il popolo italiano non può abbandonarsi alla gioia del canto. Da notare come l’io lirico diventi un “noi” (v. 1), per esprimere una dimensione corale, popolare e non soltanto privata. Il testo può essere letto anche come una riflessione sulla poesia: davanti alla catastrofe della guerra i poeti appendono le loro cetre (v. 9), cioè smettono di “cantare” perché impotenti davanti all’atrocità del conflitto armato. Bisogna notare che – un po’ patriotticamente – la guerra è citata soltanto in chiave di invasione straniera, mentre mancano riferimenti al Fascismo o alla guerra civile combattuta in Italia nel periodo della Resistenza.

La svolta poetica di Quasimodo costituisce un complicato problema letterario: se da una parte vi sono elementi di continuità stilistica tra il vecchio e il nuovo Quasimodo, dall’altra i temi evolvono in una direzione meno astratta e concettuale. Lo stesso Quasimodo preferì sempre mettere l’accento sulla continuità del proprio percorso poetico, anche perché voleva pensare la sua produzione come un insieme organico di opere. Leggiamo ad esempio questa citazione da un intervento del 1950:

La purezza della poesia di cui sʼè parlato tanto in questi anni, non è stata da me intesa come eredità del decadentismo, ma in funzione del suo linguaggio diretto e concreto. […] Dalla mia prima poesia a quella più recente non cʼè che una maturazione verso la concretezza del linguaggio.

La concretezza del linguaggio va ricercata nel gusto per le immagini nitide e ad “alta definizione”, come ad esempio l’erba indurita dal ghiaccio dell’inverno (v. 4) o la scena macabra della “crocifissione” (v. 7).

Intesa in questo senso, la concretezza può essere riferita anche a testi del periodo ermetica, come ad esempio Ed è subito sera. D’altra parte, l’evoluzione dalle prime raccolte a quelle del dopoguerra non si può ignorare: Quasimodo scrive in modo meno oscuro, affrontando temi “civili” a cui molti erano sensibili in quel frangente storico.

Questa svolta fu anche un modo per cavalcare la moda del Neorealismo, movimento culturale con al centro la storia collettiva e non le speculazioni astratte delle correnti letterarie degli anni Trenta.

Con il messaggio di Alle fronde dei salici, Quasimodo vuole allora presentarsi come vate civile, ovvero come un poeta consapevolmente uscito dalla “torre d’avorio” della letteratura, senza abbandonare però lo stile analogico, raffinato e musicale che caratterizzava le raccolte precedenti.

Metrica: Dieci endecasillabi sciolti. Da notare l’effetto di accelerazione ottenuto attraverso tre forti inarcature ai vv. 4-7.

Testo

  1. E come potevamo noi cantare 
  2. con il piede straniero sopra il cuore,
  3. fra i morti abbandonati nelle piazze
  4. sull’erba dura di ghiaccio, al lamento 
  5. d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero 
  6. della madre  che andava incontro al figlio
  7. crocifisso sul palo del telegrafo ?
  8. Alle fronde dei salici, per voto,
  9. anche  le nostre cetre  erano appese,
  10. oscillavano lievi al triste vento.

Note

Il Salmo è noto anche come “canto dell’esule”: “Lungo i fiumi di Babilonia, | là sedevamo e piangevamo | ricordandoci di Sion. | Ai salici di quella terra | appendemmo le nostre cetre, | perché là ci chiedevano parole di canto | coloro che ci avevano deportato, | allegre canzoni, i nostri oppressori: | «Cantateci canti di Sion!». | Come cantare i canti del Signore

in terra straniera? | Se mi dimentico di te, Gerusalemme, | si dimentichi di me la mia destra; | mi si attacchi la lingua al palato | se lascio cadere il tuo ricordo, | se non innalzo Gerusalemme | al di sopra di ogni mia gioia. | Ricòrdati, Signore, dei figli di Edom, | che, nel giorno di Gerusalemme, | dicevano: «Spogliatela, spogliatela | fino alle sue fondamenta!». | Figlia di Babilonia devastatrice, | beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. | Beato chi afferrerà i tuoi piccoli | e li sfracellerà contro la pietra”. Il tema sarà poi ripreso nel coro Va, pensiero del Nabucco (1842) del compositore Giuseppe Verdi (1813-1901).

 al lamento: la “semantica vaga delle preposizioni” (secondo la formula coniata dal critico Pier Vincenzo Mengaldo), è un tratto tipico della poesia simbolista ed ermetica. La preposizione articolata “al” non ha un significato logico preciso e univoco, ma esprime in questo caso valori sia causali sia concessivi(“di fronte a”, “nonostante”).

 urlo nero: esempio di sinestesia, figura retorica in cui si accostano sfere sensoriali differenti. È uno stilema tipico della tradizione simbolista.

della madre: L’uso dell’articolo determinativo conferisce un carattere di unicità e assolutezza alla figura della madre, rendendo il suo dolore un esempio universale di sofferenza.

crocifissochiara allusione biblica, stavolta dal Nuovo Testamento. Riprendendo anche il “lamento d’agnello” del v. 5, Quasimodo si rifà alla vicenda di Cristo, sacrificato sulla croce per la salvezza dei fedeli.

La lunga interrogativa diretta – estesa per sette versi – è costruita attraverso una sintassi nominaleritmica e incalzante. Da notare il montaggio delle immagini: come in un film visionario, Quasimodo parte da una metafora di gusto ancora ermetizzante (v. 2: “il piede straniero sopra il cuore”) e poi abbandona l’astrazione e costruisce una sequenza immagini violente ordinate in un crescendo drammatico, il cui culmine è la scena straziante della madre.

Il verso, che fa anche da titolo alla poesia, è una citazione quasi letterale dal Salmo 137: “Ai salici di quella terra | appendemmo le nostre cetre, | perché là ci chiedevano parole di canto | coloro che ci avevano deportato, | allegre canzoni, i nostri oppressori” (Salmi, 137, 2-3).

anche: può riferirsi al figlio crocifisso (le nostre cetre appese come il figlio), oppure agli esuli di Babilonia (anche le nostre cetre, come quelle del salmo, erano appese ai salici).

 La cetra era uno strumento a corde con cui il popolo ebraico accompagnava il canto. Ricordiamo che nelle tradizioni letterarie antiche la poesia era musicata: i versi erano spesso cantati con l’accompagnamento di strumenti.

 triste vento: Il vento è “triste” perché la natura rispecchia la tragedia della guerra, caricandosi di sfumature psicologiche.

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